LA STORIA PARTE TRE
Nelle notti tiepide di una Roma che sembrava sospesa fra sogno e realtà, lei sentiva un tumulto di emozioni che non riusciva a dominare. Ogni volta che lo incontrava, la sua vita pareva ribaltarsi e ritrovare un nuovo ordine, come se tutto, d’improvviso, avesse senso. Ma subito dopo, appena si allontanava, tornava a sentirsi svuotata: era un vuoto che le pesava sul cuore, ma che la rassicurava allo stesso tempo. L’idea che lui vivesse in un’altra città, che si vedessero soltanto in quei luoghi neutri la sollevava. Così, pensava non ci sarebbero stati ricordi incisi sulle panchine della sua città, né piazze che avrebbero risvegliato dolorosi fantasmi quando tutto fosse finito. Perché sapeva che tutto sarebbe finito, prima o dopo tutto finisce anche il più grande degli amori non può resistere al tempo, e tanto valeva proteggersi fin dall’inizio, Così non ci sarebbe stata la possibilità di incrociarsi per caso, scatenando un uragano di nostalgia.
Le loro conversazioni viaggiavano soprattutto sui messaggi. Bastavano poche parole per accendere scintille di complicità, ma allo stesso tempo lei si sentiva protetta: non si esponeva mai del tutto, lui non insisteva, e il loro legame rimaneva sospeso in un limbo sicuro. A Roma, ogni venerdì notte, si ritrovavano fuori da quella discoteca gremita, mentre all’interno musica e luci stroboscopiche inghiottivano la folla. Loro, invece, si appartavano nel buio tagliato dal freddo notturno, riscaldati soltanto dai battiti del cuore e da una curiosità reciproca che pareva inestinguibile. Lui parlava poco, ma sapeva ascoltare come nessuno aveva mai fatto con lei. Una volta, lei gli aveva persino chiesto di portarle le foto di quando era bambino, senza un vero motivo. E lui l’aveva fatto, senza fare domande.
C’erano però altre domande che a lei martellavano in testa: veniva lì solo per lei o per far ingelosire la sua ex, che appariva ogni sera come un’ombra sullo sfondo? L’amico di lui ripeteva che era un caso ma lei non poteva fare a meno di interpretare i loro sguardi, ma nel frattempo rimanevano lì, fuori, vicinissimi e lontani. Lei aveva persino una foto scattata da quell’amico: l’unica traccia concreta di un ragazzo che la affascinava e al contempo la terrorizzava, tanto da farla indietreggiare ogni volta che i loro sguardi si incontravano a un respiro da un bacio.
Poi, un venerdì, lui non arrivò. Un po’ di febbre, forse, o un semplice pretesto. Lei continuò a uscire, a ballare, a vivere la città, ma sentiva che qualcosa mancava. Nessuno dei due inviò messaggi, lei perché temeva di non ricevere risposta, lui perché si era sempre esposto senza che lei facesse altrettanto. Eppure, benché non si fossero mai nemmeno sfiorati le labbra, in lei si era aperta una crepa di malinconia.
Le settimane passavano, Roma brulicava di vita, lei vi si tuffava con amici vecchi e nuovi, eppure non riusciva a cancellare il pensiero di lui. Finché una sera, mentre guidava sul Raccordo verso Ponte Milvio, il telefono squillò. Era la sua voce, più intensa di quanto ricordasse: “Che fine ha fatto la mia agente immobiliare preferita?” le chiese, scherzando su un nomignolo nato sin dall’inizio. Il cuore di lei prese a battere forsennato. Senza riflettere, gli rivelò dove si stava dirigendo, e lui replicò con una sicurezza che la stordiva: “Non importa dove tu voglia andare, so un posto migliore.”
L’amica al suo fianco non era affatto contenta di cambiare i programmi, ma lei aveva già deciso. Aveva patito troppo il silenzio di quei giorni. Adesso voleva rivederlo, a qualunque costo. Si dettero appuntamento a Piramide. Quando lei arrivò, lui era lì con i suoi amici, e insieme si incamminarono verso un locale chiamato Eleven. La notte fu un susseguirsi di parole che finalmente li avvicinavano davvero. Era diverso dal solito, meno schermaglie, più verità. Forse entrambi avevano compreso cosa volesse dire non vedersi per troppo tempo.
All’uscita, Roma li accolse con una pioggia fitta e insistente. Corsero mano nella mano verso le macchine, inzuppandosi sotto un cielo carico di nuvole, illuminato da lampioni giallastri. Quando arrivarono davanti alle portiere, si fermarono, guardandosi negli occhi. Lei sorrise, lui le sfiorò il viso e la baciò. Fu un bacio lungo, carico di un’emozione che scioglieva dubbi e paure. Intorno a loro, gli amici si erano rifugiati nelle auto, ma in quell’istante il mondo sembrava svanire, lasciandoli soli. La pioggia non era più fredda, ma una carezza che li avvolgeva, un battesimo che sanciva l’inizio di qualcosa di indefinito ma potente.
Sotto quegli alberi che facevano da cornice, con le luci tremolanti dei lampioni e il riflesso delle pozzanghere che brillavano come specchi di un altro universo, lei si rese conto che quel momento l’avrebbe segnata per sempre. Non sapeva come avrebbe fatto a dimenticare quello che stava vivendo, né se avrebbe mai potuto. Ma per la prima volta non le importava. Voleva restare lì, con lui, in quell’istante eterno in cui i profumi si confondevano e i corpi si fondevano, dove la pioggia sembrava benedire il loro incontro e ogni battito del cuore era un passo verso l’ignoto.