LA STORIA PARTE OTTO
Avevano fatto davvero di tutto, insieme. I fine settimana erano il momento più bello da aspettare. E poi c’erano le vacanze, dove si godevano ogni istante, perché il tempo passava troppo in fretta.
Avevano avuto vite differenti, infanzie diverse, esperienze diverse. I genitori di lei erano divorziati, si erano amati profondamente, ma poi qualcosa li aveva divisi, e da un giorno all’altro la loro vita era andata in frantumi. Lei li amava molto, i suoi genitori, anche se erano completamente diversi. Una parte del suo cuore sperava che un giorno sarebbero tornati insieme. E per giustificare i loro comportamenti, aveva iniziato a pensare che l’amore vero è destinato a finire, che quando ci si ama veramente non può durare per sempre.
Suo padre, che non conosceva mezze misure. Ex paracadutista. Aveva provato qualsiasi sport che avesse almeno un 30% di rischio di vita. Lei lo accompagnava spesso nelle sue avventure. Ad esempio, lo sci, con lui, non era mai stato una vacanza. Era un’operazione militare. Sveglia alle 7, pista alle 8, e giù a sciare finché le gambe non cedevano. Ogni discesa andava guadagnata come se si trattasse di una missione segreta.
Ma a lei piaceva. Era un po’ estrema anche lei. Bianco o nero. Tutto o niente. Proprio come suo padre.
Poi c’era sua madre, l’opposto. Una donna bella, affascinante, era così sensuale. Lei l’ammirava profondamente, voleva essere simile a sua madre. Ogni volta che parlava con qualcuno, gli altri restavano incantati. Era capace di fare cose straordinarie, e neanche lei se ne rendeva conto. Era un esempio in tante cose, tranne che nelle relazioni d’amore, si perché gli uomini della sua vita la adoravano, in qualche modo ne restavano stregati, eppure lei non era mai soddisfatta cercava sempre qualcosa di differente da ciò che aveva.
Una volta lui aveva proposto di andare in settimana bianca con il padre di lei. Lui amava coinvolgere le persone, pensava: più siamo, più ci divertiamo. Era abituato a passare il tempo condiviso tra i suoi amici e la sua famiglia di origine. Gli piaceva organizzare pranzi improvvisi, e sua madre era sempre pronta ad accogliere i suoi amici. E poi lui amava passare il suo tempo con suo padre, con il quale lavorava anche, e condivideva passioni. Se lui era un leader, suo padre lo era ancora di più: un uomo distinto, serio e fantastico.
Comunque, lei aveva avuto un brivido quando lui gli aveva proposto di andare in settimana, bianca. Non di freddo… di panico. Aveva subito pensato che non sarebbe stata all’altezza, che sarebbe rimasta indietro per tutto il tempo mentre loro sciavano, l’avrebbero abbandonata perché non era veloce quanto loro. Ma lui… era diverso. Lui non aveva nulla da dimostrare. Con lui, la montagna non era una sfida, era un’esperienza. Si svegliava più tardi rispetto al solito, colazione con calma, poi prendevano le piste con dolcezza. Al pomeriggio, niente cronometri, niente urla di incitamento. C’era una spa. Un massaggio. Una tisana calda con vista sulle vette. La montagna ora significava risate, leggerezza, mani intrecciate sugli impianti. E soprattutto, una sensazione nuova: la libertà di non dover dimostrare niente a nessuno. Certo, a volte lei si arrabbiava. Convinta che non stessero facendo abbastanza, che non stessero sciando “nel modo giusto”. Ci sarebbero voluti anni per farle capire che anche fermarsi a guardare il panorama era vivere la montagna.
Lui era sempre in movimento, gli piacevano le novità, aveva mille interessi. Un giorno, senza preavviso, tornò a casa con una moto da strada e un sorriso stampato in faccia. Subito le aveva detto: “Voglio portarti con me. In moto. Al mare, in montagna o in giro per Roma.” Lei rise. Pensava stesse scherzando, e invece…Poco dopo erano già in un negozio di motociclette da alcuni suoi amici, ovviamente, e in un attimo lei era vestita da biker professionista. Giubbotto di pelle, casco figo, stivaletti tecnici, e la chicca: un airbag da sella. Così, giusto per far dormire tranquilli i genitori di lei. Sì, un airbag. Perché anche nel vento, lui voleva proteggerla. E anche perché sua madre… beh, era una che si preoccupava pure se uscivano a piedi, figuriamoci in moto. E lui non aveva nessuna intenzione di contristare la sua futura suocera. Poco dopo la moto, c’era stata la vacanza a Porto Ercole.
Lì si era superato. Aveva deciso di comprare un gommone. Due giorni prima della partenza, aveva comprato questo mezzo grandissimo e insisteva di aver fatto un mega affare, anche con il motore da 140 cavalli modificato.
Peccato che lui non avesse la patente nautica per guidarlo. E soprattutto il tempo per prenderla.
Ma aveva un’idea. Una di quelle brillanti, che nascono con troppo sole in testa e un migliore amico a fianco.
Dopo ore a studiare il libretto del motore, lui e l’amico avevano falsificato i dati. Abbassato la cilindrata per rientrare nei limiti. Un’opera d’ingegno degna di un Nobel per la creatività illegale.
Lei sapeva tutto. Rideva complice, perché in fondo le piacevano le pazzie. A differenza della fidanzata dell’amico di lui, che viveva in un mondo dove tutto era legale. Motivo per cui i due amici falsari le avevano chiesto di non fare parola di questa storia. Sarebbe stato un segreto che la faceva sentire parte della squadra.
Era stata una vacanza da manuale: tuffi, sole, musica e aperitivi al tramonto. Tutto perfetto.
Almeno fino all’ultimo giorno.
Mentre erano ormeggiati in una caletta da sogno, apparve la Guardia Costiera.
Un agente, degno di un film d’azione, si fece passare il libretto del motore con aria da giustiziere. Lo sfogliò, lo riguardò… poi fissò lui negli occhi e tuonò nel megafono:
“Lei è un ASINO! Un grande, immenso asino! Ma come le viene in mente di stare qui? Zona interdetta?!” Lei e l’amico di lui si guardarono. Un secondo. E gli si lanciarono addosso per impedirgli di aprire bocca. Lui stava per rispondere: “L’asino sei tu, che non ti sei accorto che il libretto è stato fatto con la stampante di casa.” Ma si morse la lingua. Per fortuna.
Lei lo guardava con gli occhi spalancati, le mani pronte a coprirgli la bocca… o a nascondere il sorriso.
Perché sì, stavano rischiando una multa salata, ma quella sarebbe diventata una delle storie più assurde e più belle della loro vita. L’unica a non aver capito niente era la fidanzata dell’amico.
Più tardi, mentre rientravano al porto, lei gli strinse la mano e disse: “Con te la vita non è mai noiosa.” Lui la guardò serio, le accarezzò il viso e rispose: “Dobbiamo continuare a scriverla insieme, questa vita. A colorarla. A riderci sopra. A goderci ogni momento, ogni giorno.”
E così fecero. Senza nemmeno accorgersene, il tempo cominciò a scorrere in modo diverso.
Non c’erano più mesi da contare, né calendari da sfogliare aspettando le vacanze, unico momento in cui potevano stare davvero insieme. Non c’erano più quelle domeniche piene di lacrime, quando lei faceva la valigia per tornare in un’altra città, lasciandosi alle spalle quel pezzo di cuore che viveva con lui. Ora vivevano sotto lo stesso tetto. Erano marito e moglie E ogni giorno era finalmente loro. Una pagina nuova da scrivere. Insieme. Quella casa l’avevano sognata, scelta, ristrutturata insieme. Ogni angolo raccontava di loro, della vernice stesa ridendo, dei pranzi improvvisati sul pavimento ancora senza mobili, delle discussioni su dove mettere il divano e su che colore scegliere per la pittura.
Lui era pazzo, avevano visto una vasca idromassaggio, ma ormai era impossibile farla entrare.
Allora, senza pensarci un istante, lui aveva demolito un muro e l’aveva inserita. Tutto per farla felice. Quella casa profumava di un amore costruito giorno dopo giorno. Un amore reale.
Non c’erano più la gioia del venerdì e i silenzi malinconici della domenica sera.
Eppure, dopo un po’ di tempo, c’era qualcosa di nuovo: la routine.
La sveglia insieme, il caffè condiviso, i baci frettolosi prima di uscire, i messaggi durante il giorno solo per ricordarsi di comprare il pane. Dentro quella quotidianità così normale, si nascondeva una sfida inaspettata: l’assenza del desiderio struggente di un tempo, sostituito da una presenza costante che a volte sembrava scontata. E poi lui doveva andare a giocare le partite di calcio. Alle volte tornava tardi dall’ufficio. Un giorno, lei crollò. Le parole uscirono tra le lacrime, dure, taglienti.
Disse che si sentiva invisibile, che temeva di non essere più la sua scelta ogni giorno.
Che la loro vita era diventata come quella di tutti.
Lui rimase spiazzato. La guardò smarrito, come se non capisse dove fosse finita la donna che aveva lottato per averlo accanto. Era arrabbiato. Tutte quelle parole velenose. Prese le chiavi della macchina e se ne andò sbattendo la porta. Stava facendo tutto per loro, ma a lei non bastava.
Ma poi, dopo un istante, il telefono squillò. Era lei. “Torna da me, ti prego.”
Era arrabbiato. Ma comprese. Quel pianto non parlava solo di lui. Parlava di lei, della sua paura, delle ferite mai guarite dell’infanzia. Dei genitori separati, delle certezze crollate troppo presto.
Lui, non cercò risposte. Tornò a casa. Si sedette accanto a lei e le chiese di raccontargli cosa le faceva male. Lei disse solo: “Quando mi prende così, non andartene. Resta. Fammi sentire che non finisce tutto anche stavolta.” Allora lui le chiese: “Che cosa ti manca? Che cosa ti fa stare male?” E lei non riusciva a dirlo. Allora lui le chiese: “Che cosa ti renderebbe felice? Che cosa è importante per te? Che cosa ti fa sentire amata?” Così, per lei era più semplice.
Lui le chiese di scriverlo. Si sedettero e lei iniziò a scrivere: cosa desiderava fare insieme, cosa la faceva sentire amata, cosa voleva fare con lui. Lui fece lo stesso. Quando si scambiarono quei fogli, sorrisero. Molti desideri erano gli stessi. Lei voleva fare sport insieme, cucinare, guardare film, perdersi nei boschi, viaggiare in luoghi esotici raggiungibili con l’aereo, vivere esperienze nuove fianco a fianco. Lui le disse onestamente tutto ciò che avrebbe potuto fare e ciò che invece non era in grado di darle. Poi le chiese come poteva rimediare. Era una specie di negoziazione, era come mettersi d’accordo. Lei fece lo stesso con lui. Stavano spiegando l’uno all’altra come volevano essere amati.
Poi, decisero di scegliere dalla lista la prima cosa che avrebbero fatto insieme. Scelsero un’escursione in montagna. Il trekking diventò il loro nuovo sport da praticare insieme. Per arrivare in montagna, lui la faceva divertire facendo fuoristrada con la jeep. Un giorno le insegnò anche a guidare in condizioni estreme. La portava nei boschi, respirando l’aria sottile e fresca. E ogni passo era un sì reciproco. Ogni nuova avventura la faceva sentire viva. Non c’era tempo per annoiarsi, per litigare. Avevano sempre mille cose da fare insieme. Lui le mostrò un modo diverso di vivere, dove si poteva essere felici, dove non c’era niente da temere, niente da rincorrere, dove si poteva essere presenti, ascoltati, veri. E poi, un giorno, lei si trovò a pensare a qualcosa che aveva sempre negato: l’idea di un figlio. Aveva sempre detto che i bambini rovinano le storie. O almeno così pensava a causa del suo passato. Ma con lui… Con lui, forse, proprio un bambino poteva essere un’estensione del loro amore. Non la sua fine. Non c’era più bisogno di difendersi dalla felicità. Non era più sola. Ora era con lui.